Terrorismo: Mario Moretti e gli strani vicini di casa

Di Franco Fratini, Roma, 21 Maggio 2004, ANSA

Mario Moretti, il capo indiscusso delle Brigate rosse nel periodo dal 1974 al 1981, aveva 1'abitudine, o la sorte, di trovare covi o abitazioni con vicini di casa imbarazzanti o pericolosi. Questa strana caratteristica di Moretti, defmito per anni la "Primula Rossa" delle Br, emerge dal nuovo libro di Sergio Flamigni (ex senatore del Pci, che per anni ha fatto parte delle commissioni P2, Moro e Antimafia): "La sfinge delle Brigate rosse - Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti", che sta per uscire.
Quando Moretti arriva a Milano dalle Marche - fa notare Flamigni - la sua fidanzata è Amelia, che poi sposerà e dalla quale divorzierà. La ragazza abita con i genitori in via Gallarate 131, nello stesso palazzo in cui era la sede milanese di Luigi Cavallo, un ex comunista diventato poi il principale collaboratore di Edgardo Sogno, ex partigiano della 'Franchi', accusato nel 1974 di preparare un 'golpe bianco' e poi scagionato (ma in un libro pubblicato postumo, lo stesso Sogno ammetterà di aver preparato un colpo di Stato).
Quando poi Mario Moretti e Amelia si sposano, vanno a vivere in un appartamentino in via delle Ande 16. Ma anche qui ci sono vicini da cui un terrorista dovrebbe stare alla larga. Al numero 15, a pochi metri dai Moretti, abita Antonino Allegra, capo dell' Ufficio politico della Questura milanese, e poco piu' in là, al numero 5, abita un altro importante collaboratore di Edgardo Sogno, Roberto Dotti, anche lui ex comunista pentito. Dotti, tra l'altro, è al centro di un altro imbarazzante mistero: Corrado Simioni, il capo del Superclan (organizzazione nata dalla stessa costola delle Br e poi fondatore della scuola di lingue Hyperion, a Parigi) avrebbe detto a Mara Cagol (moglie di Renato Curcio) di consegnare proprio a Dotti le schede dei nuovi aderenti.
E la storia non finisce qui, perchè anche a Roma, nel famoso covo di via Gradoli 96 in cui Moretti viveva al tempo del rapimento Moro, c' erano, solo in quella palazzina, ben 24 appartamenti di "proprietà di società immobiliari nei cui organismi societari vi sono alcuni funzionari del servizio segreto civile" e lo stesso Vincenzo Parisi, capo del Sisde, acquisterà poi alcuni appartamenti in via Gradoli. In un appartamento vicino al covo abitava una donna egiziana, informatrice della polizia, che infatti segnalerà qualcosa di strano nell'appartamento di Moretti e Barbara Balzerani. Inoltre, al numero 89, proprio di fronte al covo, abitava un sottufficiale dei carabinieri, in forza al Sismi, anche lui, come Moretti, originario di Porto San Giorgio.

La sfinge delle brigate rosse, Flamigni su Mario Moretti

di Franco Fratini, Roma 21 Maggio 2004, ANSA

Mario Moretti, capo delle Brigate rosse del dopo-Curcio e principale gestore del rapimento Moro, è al centro del nuovo libro dell'ex senatore Sergio Flamigni, che del caso Moro è forse il piu' importante studioso. La recente storiografia 'revisionista', Vladimiro Satta in testa, lo accusa di essere un 'dietrologo', ma è innegabile il merito di Flamigni di aver insistentemente segnalato la probabile esistenza di carte non trovate nella prima perquisizione del covo milanese di via Monte Nevoso e di un quarto 'carceriere' di Moro, due ipotesi poi dimostrate esatte dai fatti, smentendo i tanti che già allora sostenevano che nel caso Moro non c'era più nulla da chiarire.
Nel libro, la biografia di Moretti sembra sfuggire del tutto alla teoria cara a Rossana Rossanda delle Br sorte dall' "album di famiglia" del comunismo italiano. La famiglia di Moretti infatti è lontana dalla tradizione della sinistra, alcuni parenti sono fascisti, lui stesso frequenta parrocchie e scuole religiose e, dopo la morte del padre, fa le scuole superiori, professando idee di destra, in un convitto di Fermo (Ascoli Piceno) grazie all'aiuto economico della nobile famiglia milanese dei Casati Stampa di Soncino, quei Camillo e Anna protagonisti nel 1970 di un clamoroso caso di cronaca, quando il marchese Camillo uccise la bellissima moglie e il giovane amante di lei. La loro villa San Martino di Arcore sarà poi acquistata dal giovane imprenditore Silvio Berlusconi.
Finiti gli studi, Moretti si trasferisce a Milano, si iscrive all' Università cattolica con una dichiarazione del viceparroco che garantisce che il giovane "professa sane idee religiose e politiche" e, grazie alla raccomandazione dei Casati Stampa, viene assunto alla Sit-Siemens, dove si iscrive alla Cisl.
Alla Sit-Siemens avviene la politicizzazione di Moretti, chefrequenta il Cpm (Collettivo politico metropolitano) guidato da Renato Curcio e Corrado Simioni. Quando le strade dei due si divaricano, con Curcio che fonda le Brigate rosse e Simioni che segue il proprio progetto di un'organizzazione superclandestina (da cui il nome di 'Superclan') che infiltri tutte le realtà della sinistra rivoluzionaria, Moretti segue Simioni, ma poi rientra nelle Br (lo stesso fara' poco dopo Gallinari) portando avanti una linea che privilegia l'aspetto 'militarista' rispetto a quello 'politico'. Secondo Alberto Franceschini, uno dei padri fondatori delle Br, Moretti sarebbe rientrato in accordo con Simioni (che qualcuno ha riconosciuto nella descrizione del 'grande vecchio' data nel 1980 da Bettino Craxi) e i rapporti tra i due non sarebbero mai cessati (il pruriricercato Moretti, negli anni successivi, si recherà numerose volte a Parigi, sfuggendo tranquillamente a tutti i controlli.
Nel settembre 1974, grazie al contributo dell'infiltrato 'Frate Mitra', Curcio e Franceschini, che avevano con sè gli schedari portati via qualche mese prima dalla sede del 'Comitato di Resistenza Democratica' di Edgardo Sogno, sono arrestati. Una soffiata sulla minaccia arriva a Moretti, che non riesce ad avvertirli in tempo (o non vuole ?) e resta così il principale leader delle Brigate rosse, anche perchè, poco dopo, Mara Cagol sarà uccisa e Giorgio Semeria gravemente ferito, entrambi in circostanze poco chiare. E nel libro di Flamigni la storia di Moretti si intreccia spesso con quella della 'strategia della tensione1 e con quella di Edgardo Sogno e dei suoi principali collaboratori, gli ex comunisti Luigi Cavallo e Roberto Dotti, quel Roberto Dotti al quale Simioni aveva raccomandato a Mara Cagol di rivolgersi per qualsiasi emergenza. Sembra quasi che l'obiettivo sia comune: attaccare il Pci e ridurre il suo peso nella società italiana. Flamigni segnala anche la stranezza che la fidanzata e i futuri suoceri di Moretti abitavano nello stesso edificio dove c'era la sede di Luigi Cavallo e che, dopo il matrimonio, Moretti e la moglie vanno a vivere in una piccola strada dove abitano anche Roberto Dotti e il capo dell'Ufficio politico della Questura Antonino Allegra.
Con la leadership di Moretti, la 'Primula rossa' che per 10 anni sfugge a tutte le ricerche, le Br alzano il tiro e passano dalla 'propaganda armata' (rapimenti dimostrativi e azioni punitive) all"attacco al cuore dello Stato' con gambizzazioni e omicidi. Anche nelle Br qualcuno sospetta che Moretti sia una spia, ma l'inchiesta fatta da Bonisoli e Azzolini lo scagiona.
Nel 1981 la lunga latitanza di Moretti si conclude a Milano, grazie alla soffiata di un fiancheggiatore spacciatore di droga. Pochi mesi dopo, nel carcere di Cuneo, Moretti è aggredito e ferito con un coltello da un ergastolano comune, per motivi mai chiariti, ma che sembrano un avvertimento. Cominciano i processi e Moretti si ritrova con sei condanne all'ergastolo. A gennaio 1993, dopo meno di 12 anni di carcere, usufruisce del primo permesso premio. Nell'estate dello stesso anno, Moretti, in una lunga intervista a Carla Mosca e Rossana Rossanda, racconta la sua versione, che diventa un libro pubblicato da un editore ex militante del Superclan. Moretti avalla la ricostruzione del caso Moro fornita da Morucci e Faranda e si accolla la responsabilità di aver ucciso Moro, scagionando Gallinari. Passano quattro anni e, nell'estate del 1997, il capo delle Br ottiene la semilibertà.
In una polemico capitoletto conclusivo Flamigni risponde alle critiche di chi lo accusa di fare dietrologia. E ribadisce alcune sue convinzioni: 1) "La verità ufficiale raccontata dai brigatisti e sancita dai tribunali come tale è in più punti inverosimile". 2) "Non credo alla purezza rivoluzionaria delle Brigate rosse morettiane e men che meno a quella del loro capo". 3) "Sono convinto che nel delitto Moro vi siano state implicazioni dei servizi segreti e collusioni 'atlantiche'". Avrà ragione anche stavolta?