I fantasmi del passato, la carriera politica di Francesco Cossiga

Ufficiale di Marina militesente [pag. 321-233]:

Gli "extraparlamentari" del Viminale [pagg. 82-83]:
Parola di "esperto americano" [pag. 124]:
La strage di Ustica e il singolare comportamento di Cossiga [pagg. 154-55]:
Il Senatore e il Venerabile [pag. 230]:
Il Sisde e i fratelli Salabè [pagg. 339-42]:
Il fantasma di Aldo Moro [pagg. 342-43]:
Conferme ufficiali sul covo di Stato [pagg. 347-48]:
Il memoriale-fantasma [pagg. 351-52]:

Ufficiale di Marina militesente [pag. 321-233]:

Dal Quirinale, Cossiga aveva dedicato molte delle sue attenzioni alle Forze armate, ma a differenza di De Gaulle, il quale aveva percorso una lunga e prestigiosa carriera militare, il capo dello Stato italiano era addi­rittura un ufficiale militesente. Cossiga era presidente del Consiglio quando era apparso in una foto a bordo di una nave da guerra, con il berretto di capitano di fregata: tra i parlamentari c'era chi si era interrogato su come avesse fatto l'ex figlioccio di Segni a raggiungere il grado di capitano di fregata (tenente colonnello) dato che non era stato arruolato nemmeno per svolgere il servizio di leva. Il deputato del Pci Luciano Barca, ex ufficiale di Marina, aveva scoperto che Cossiga, quando ancora era un semplice deputato sardo... nel novembre 1961 era stato nominato maggiore commissario di Marina (mini­stro della Difesa, Andreotti), in base alla cosiddetta "legge Marconi" (o "legge Petacci"): una legge varata da Benito Mussolini col pretesto di consentire a Guglielmo Marconi di comandare la nave "Elettra" sulla quale effettuava i propri esperimenti - in realtà la legge era stata poi utilizzata dal Duce "per reimmettere nelle file della Marina Marcello Petacci", parente della sua amata Claretta. Il 6 maggio 1980 (da poco Cossiga aveva formato il suo secondo ministero), l'on. Barca aveva presentato al ministro della Difesa una interrogazione a risposta scritta: "Per conoscere il curriculum militare dell'onorevole professor avvocato Francesco Cossiga". Non avendo avuto risposta alla interrogazione (le interrogazioni a risposta scritta avevano un termine vinco­lante per il governo), il 23 luglio 1980 l'on. Barca aveva avanzato formale protesta alla presidenza della Ca­mera. Allora Cossiga aveva tentato di convincere Barca a ritirare l'interrogazione. La risposta - molto buro­cratica ed evasiva del ministro della Difesa, il craxiano Lelio Lagorio - era arrivata dopo altri cinque mesi, quando Cossiga non era più presidente del Consiglio: il figlioccio di Segni era stato "ammesso al ritardo della presentazione alle armi per motivi di studio", poi era stato "inviato in congedo anticipato" per motivi di fami­glia. Al parlamentare comunista Barca resterà l'amarezza di chi come lui aveva rischiato la vita durante la guerra, ma si ritrovava con un grado inferiore a quello vantato da chi come Cossiga non aveva neppure fatto il servizio di leva.

Gli "extraparlamentari" del Viminale [pagg. 82-83]:

Il ministro Cossiga tentò di cavarsi d'impaccio chiedendo al questore di Roma Domenico Migliorini un rap­porto da rendere noto alla stampa. Domenica 15 maggio la questura di Roma ammise: "Le foto solo adesso rendono possibile l'identificazione: si tratta dell'agente Santone, in borghese come altri". Nel rapporto, la que­stura ammetteva di avere utilizzato "30 guardie della Squadra mobile e dell'Ufficio politico con specifici com­piti di osservazione, vigilanza, repressione in piazza Navona e adiacenze". Dunque, il ministero dell'interno aveva mentito, e su un fatto gravissimo come l'impiego di agenti-provocatori "travestiti" da manifestanti e con licenza di sparare. In pratica, il Viminale, anziché prevenire incidenti, li aveva fomentati. L'uccisione di Giorgiana Masi [Roma, 12 maggio 1977] provocò manifestazioni di protesta in tutta italia: cortei di migliaia di giovani sfilarono a Roma, Milano, Torino, Bologna, Bergamo, Brescia, Mestre, Bolzano, Firenze, Napoli, Bari. In diverse città avvennero scontri e incidenti fra manifestanti e forze dell'ordine. Il 14 Maggio, a Milano, un gruppo armato di autonomi uccise il vicebrigadiere di Ps Antonino Custrà. A Roma, il luogo dove era stata colpita Giorgiana Masi divenne meta di pacifici sit-in, in particolare di giovani donne che la Polizia disperse a colpi di lacrimogeni... Il ministro dell'interno Cossiga, in una delle sue frequenti interviste, due settimane dopo il delitto Masi affermò: "una parte delle masse che confluiscono nel Partito comunista, e taluni settori della classe operaia organiz­zata, rifluirebbero su posizioni di estrema sinistra. Questo è il piano dei terroristi... E un piano che, se non soggettivamente, è oggettivamente contro l'attuale gruppo dirigente del Pci e contro la sua politica, che sono accusati di trascurare una prospettiva di lotta violenta se non armata". Dunque il ministro era ben consape­vole di quali fossero la trama e le finalità degli strateghi del terrorismo. Ma alla sua puntuale analisi non segui l'applicazione delle misure concrete proposte e sollecitate dal Pci.

Parola di "esperto americano" [pag. 124]:

Anni dopo il delitto Moro, l'esperto americano Steve Pieczenik dichiarerà: "Aldo Moro poteva essere sal­vato se tutte le parti in causa avessero cooperato nel tentativo di liberarlo e soprattutto se chi gestiva le inda­gini avesse avuto la volontà di farlo". Secondo Pieczenik, molte informazioni riservate, conosciute solo dal cosiddetto "Gruppo ristretto per la gestione della crisi", venivano riferite ad altri, e arrivavano addirittura alle Br. "All'epoca Cossiga aveva appena sostituito i vertici del Sisde e del Sismi", ricorderà Pieczenik. "Il sospetto del ruolo della P2 è venuto in seguito, quando un sedicente consigliere dell'Ambasciata argentina a Was­hington mi avvicinò proponendomì di lavorare per il governo di Buenos Aires e mi parlò nel dettaglio di fatti del caso Moro che erano stati discussi solo nelle stanze romane di Cossiga". E il ruolo delle Brigate rosse in questo contesto? "Le Br sono state strumentalizzate, e hanno dimostrato grossa ingenuità".

La strage di Ustica e il singolare comportamento di Cossiga [pagg. 154-55]:

La sentenza-ordinanza del giudice Priore non mancherà di evidenziare la singolarità dei comportamenti di Cossiga rispetto alla strage di Ustica: "Se l'attività del presidente del Consiglio Cossiga è stata pressoché nulla nel periodo immediatamente successivo [alla strage], altrettanto non si può dire del periodo in cui egli ha rivestito l'incarico di capo dello Stato". Intatti, appena eletto presidente della Repubblica, nel luglio 1985, Cossiga ingaggiò subito come suo consigliere militare il generale dell'Aeronautica Stelio Nardini, un alto uffi­ciale "molto capace e attento... che mi pilotava in questa materia", cioè sulle vicende di Ustica, alle quali il capo dello Stato sembrava particolarmente interessato. L'inchiesta sulla strage proseguiva a fatica, fra mille difficoltà e depistaggi. Dalla sua posizione privilegiata al Quirinale, il generale Nardini seguì molto da vicino tutti gli sviluppi con­nessi a quella sciagura aerea. Per esempio, ricevette copia dell'appunto redatto dal generale Mario Arpino, il 30 settembre 1986, relativo al colloquio che questi aveva avuto - insieme ai generali Zeno Tascio e Creste Gargioli - con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giuliano Amato sulle cause della strage, doven­do il sottosegretario rispondere ad alcune interrogazioni parlamentari. Ai primi di agosto 1986, dopo aver ri­cevuto un appello del "Comitato per la verità su Ustica" (presieduto dal senatore Francesco Paolo Bonifacio) "affinché fosse posta fine a un silenzio intollerabile", il capo dello Stato Cossiga inviò una lettera al presidente del Consiglio Craxi sollecitando adeguati interventi e notando - fra l'altro - che emergeva "un quadro fin trop­po chiuso delle oggettive difficoltà incontrate nell'inchiesta, ma anche del malessere che la disinformazione ha alimentato non solo nella pubblica opinione nazionale, ma anche negli ambienti comunitari". In pratica -come rileverà il giudice Priore - nell'immediatezza della strage il presidente del Consiglio Cossiga era rimasto del tutto inattivo, mentre sei anni dopo, da capo dello Stato, sollecitava al presidente del Consiglio Craxi "adeguati interventi".

Il Senatore e il Venerabile [pag. 230]:

Cossiga ammetterà di essersi incontrato con il capo della P2 Licio Gelli più volte, "anche da presidente del Consiglio", e terrà a precisare: "Galli non mi ha mai chiesto favori". Però era vero il contrario, dato che lo stesso Cossiga dirà: "Quando divenni presidente del Consiglio, volli conoscere Galli. Soprattutto per l'influenza che aveva sul "Corriere della Sera" preziosa per un presidente del Consiglio". Poi Cossiga sosterrà di avere conosciuto Gelli solo dopo il delitto Moro, e tramite il piduista Ilio Giasolli (democristiano, segretario particolare di Carlo Donat Cattin). Licio Galli, nel 1991, dichiarò invece: "Ho conosciuto Cossiga tra il 1972 e il 1973", ma il presidente della Repubblica non obiettò niente, anzi troverà l'occasione di definire l'ex capo della P2 uomo molto rispettoso, molto ossequioso, molto deferente... Mi accorsi che si trattava di un uomo informato, di un uomo furbo, di un uomo intelligente... Una persona cortese, cortesissima". Cortesia per cortesia, nell'archivio urugualano di Gelli, a Montevideo, c'era un biglietto autografo di Francesco Cossiga che accom­pagnava un regalo indirizzato alla figlia del Venerabile, Maria Grazia, in occasione del suo matrimonio, cele­brato nel 1980.

Il Sisde e i fratelli Salabè [pagg. 339-42]:

Nello scandalo dei fondi riservati del Sisde venne coinvolto anche Adolfo Salabè, architetto sardo e amico di Cossiga. Salabè si presentò casi agli inquirenti: "Sono l'amministratore della Frasa, una società costituita con i miei fratelli Mario e Andrea e che da trent'anni svolge attività per la Banca d'Italia, i Carabinieri, la Guar­dia di finanza, la Polizia, il ministero di Grazia e giustizia, il Sismi e il Sisde". Trent'anni prima Adolfo Salabè era stato benedetto "Gentiluomo di Sua Santità" dal pontefice Paolo VI, e aveva cominciato la sua straordina­ria carriera quando un altro sardo, Antonio Segni, era presidente della Repubblica, e il sardo Francesco Cos­siga cominciava a occuparsi di servizi segreti. Salabè era poi divenuto "il consulente per le opere architettoni­che riservate dei più importanti servizi segreti del mondo". Persona molto riservata, alle personalità altolocate l'architetto Salabè sapeva garantire la massima discrezione. Provvedeva ad arredare gli uffici delle autorità, enell'elenco delle forniture non c'erano soltanto vetri blindati e opere di sicurezza, ma mobili antichi, quadri d'autore, tappeti persiani, vetri di Murano, secondo il suo stile e gusto. Una professionalità dimostrata da co­me aveva saputo trasformare la casa di famiglia a Poggio Catino (nel reatino, a pochi chilometri da Roma) in un albergo preposto a eventi eccellenti: summit riservati fra spioni, brevi soggiorni per importanti coppie dan­destine, ritiro e relax per ministri e alti funzionari - il tutto garantito dalla risarvatezza di un personale selezio­nato con cura e di massima affidabilità. Per questo era noto come "covo degli 007". "Ma si, il Paraelios, a Poggio Catino. Un bellissimo albergo... quadri antichi alle pareti, arredi d'alto anti­quariato": così aveva definito l'hotel "riservato" di Salabè il senatore Cossiga, portandovi nel marzo 1993 il suo conterraneo Pasquale Chessa, vicedirettore di "Panorama", con il quale doveva riordinare per un libro i principali discorsi del periodo presidenziale. Il rapporto di Adolfo Salabè con il Sisde era davvero molto in­tenso: lui stesso aveva calcolato di avere incassato dal servizio segreto del Viminale 84 miliardi di lire nell'arco di un decennio... Anche il fratello dell'architetto, l'ingagner Mario Salabè, intratteneva particolari rap­porti con i vertici del Sisde. "Nel 1989, così mi pare di ricordare, venni interpallato dal dottor Broccoletti, da me già conosciuto come uno dai dirigenti del Sisde, il quale sulla base del rapporto di assoluta fiducia che aveva con me e con i componenti della mia famiglia mi chiese se mi potevo interessare per la costituzione di una società "riservata" facendomi capire - pur senza dirmelo espressamente - che si trattava di una società di copertura del Servizio. Non ebbi difficoltà a ritenere esatto quanto avevo intuito e mi adoperai nel senso che, dopo essermi consultato con i miei fratelli, combinai il contatto fra il dottor Broccoletti e il notaio De Co­rato, nostro amico da sempre". Così "venne costituita una srI denominata Capture le cui quote furono inte­state fiduciariamente alla Nagrafin-fiduciaria spa in misura del 99 per cento". Quelle società investivano mi­liardi dei "fondi riservati" del Sisde in immobili. Ma Mario Salabè, consigliere assieme al fratello Bruno della Capture immobiliare srI (presidente era il fiduciario-consulente del Sisde Mauro Papi, titolare dell'1 per cento del capitale), dichiarò di non sapere altro: "Mi limitavo a firmare i verbali di riunione del consiglio di ammini­strazione che mi venivano in genere presentati già compilati". Strani ricorsi del destino: il socio fondatore della Nagrafin spa era stato Aldo Bottai, il quale era anche l'amministratore unico della Monte Valle Verde srI, una società immobiliare che evocava il delitto Moro: nel 1978 era stata l'intestataria di otto appartamenti in via Gradoli 96, attigui all'appartamento-covo utilizzato dalle Brigate rosse come quartier generale per la preparazione della strage di via Fani e il sequestro del presidente della Dc. Nello stesso edificio di via Gradoli 96 c'era anche un appartamento intestato alla Gradoli srI, società immobiliare fondata dalla Fidrev, la fiduciaria del Sisde fin dalla fondazione del Servizio del Viminale, cioè alla vigilia e durante il sequestro di Aldo Moro.

Il fantasma di Aldo Moro [pagg. 342-43]:

Tra la fine di novembre e i primi di dicembre del 1993 l'ex capo dello Stato rilasciò un'intervista alla Tv te­desca dichiarando: "Se Aldo Moro fosse stato liberato, sarebbe scattato il piano "Victor" e Moro sarebbe stato isolato in una clinica... Avevamo il consiglio di un esperto del dipartimento di Stato che aveva trattato 66 casi di sequestri di persona". L'esperto americano politologo-psichiatra "ci disse che era molto pericoloso per l'equilibrio del sequestrato che lo si lasciasse parlare liberamente", in quanto probabilmente avrebbe detto "delle cose verissime ma una volta apprese sarebbe stato pentito e questo sarebbe stato di grave nocumento per lui". Le parole di Cossiga fecero molto scalpore. I dirigenti democristiani dichiararono di esserne stati te­nuti all'oscuro. La famiglia di Moro parlò di "disegno ripugnante". Ma in quella intervista Cossiga fece una seconda importante ammissione: "Adesso lo posso dire: se non è degenerata la situazione a Bologna, è perché sotto la mia responsabilità noi abbiamo infiltrato l'Autonomia di Bologna... Con funzionari, con giovani della Polizia che avevano fatto gli studi universitari sul serio e si sono anche laureati". La rivelazione cossighiana richiamava la vicenda del nome "Gradoli" segnalato da Bologna - una segnalazione che era stata attribuita al risultato di una seduta spiritica, e in merito alla quale Andreotti, davanti alla Commissione parlamentare stragi, aveva dichiarato: "Non ho mai creduto alla storia dello spiriti­smo. Per me a dare quella notizia di Gradoli è stato qualcuno della Autonomia operaia bolognese. Si sarebbe potuto rivelare la fonte, ma non lo si fece probabilmente per non inguaiare qualcuno... Chiedetelo a Cossiga". Gli ambienti dell'Autonomia erano stati profondamente infiltratì dal Viminale cossighiano non solo a Bologna, ma anche a Roma. E un'emittente dell'Autonomia romana - Radio Città Futura - la mattina del 16 marzo 1978 aveva annunciato l'avvenuto sequestro di Moro pochi minuti prima che avvenisse la strage di via Fani. In seguito alle clamorose dichiarazioni alla Tv tedesca, Cossiga venne ascoltato dai magistrati romani an­cora alle prese con l'inchiesta giudiziaria sul delitto Moro. L'ex capo dello Stato, preda di un sussulto di straordinaria loquacità, parlò per sette ore. Disse fra l'altro che Pieczenik "ipotizzava la presenza di un basista nell'entourage di Moro. Durante la gestione del caso Moro, esistevano canali diretti di comunicazione con la famiglia, e cioè veniva portato a mia conoscenza ciò che nella famiglia si diceva, si pensava e si ipotizzava. Appresi così che nell'ambito della famiglia Moro si avanzava addirittura il sospetto che il maresciallo Leonardi fosse il complice dei brigatisti rossi e che fosse stato ucciso per tacitarlo e per eliminare un testimone sco­modo. Non so dire se la cosa più mi preoccupò o mi indignò, conoscendo la assoluta fedeltà allo Stato e alla persona dell'on. Moro del maresciallo Leonardi. Poiché la diceria comunicatami, a mio avviso, non costituiva notizia di reato, ritenni di poter procedere per accertamenti interni di carattere amministrativo. Dai quali si evi­denziò una ostilità di non pochi membri della famiglia Moro nei confronti del maresciallo ucciso, anche a motivo del fatto che il maresciallo era stato trovato frugante nelle carte del figlio Giovanni, di cui era ben nota la non consonanza politica col padre". Appresa questa dichiarazione di Cossiga, Giovanni Moro la definì un cumulo di bugie". Ma dove sono finiti i riscontri di quell'accertamento amministrativo? Nè alla Commissione Moro, nè agli atti del procedimento giudiziario risultano acquisiti documenti attestanti la veridicità di quanto affermato da Cossiga. L'ex capo dello Stato dichiarò inoltre: "Nel corso degli accertamenti che non poche risentite meraviglie su­scitavano nell'Arma dei carabinieri, si accertò che il maresciallo Leonardi percepiva mensilmente [1la somma di] L.80.000 dal Sid. Feci compiere accertamenti al riguardo e compresi che si trattava di una integrazione del trattamento economico che gli era stata assicurata per via di segnalazione probabilmente dallo stesso comando generale dell'Arma, come ho motivo di ritenere venisse allora largamente praticato". Infine Cossiga precisò: "Debbo notare che l'esperto americano era molto bene informato di ogni problema attinente Moro e la sua famiglia" - non precisò però che Pieczenik era stato preparato e "bene informato" dai servizi segreti americani.

Conferme ufficiali sul covo di Stato [pagg. 347-48]:

Nel novembre del 1999 il libro Il covo diStato pubblicherà il testo di due rapporti, uno del capo della Polizia Fernando Masone, e l'altro del capo del Sisde Vittorio Stelo, i quali confermavano quanto scritto in Con­vergenze parallele circa la presenza, in via Gradoli n° 96, di società immobiliari e fiduciari collegati ai Servizi. L'appunto firmato dal capo della Polizia, datato 7 maggio 1998, precisava: "Il prefetto Vincenzo Parisi risulta aver acquistato, con atto del 10 settembre 1979, un appartamento al civico 75 di via Gradoli e, successiva­mente, sempre al civico 75, altri due appartamenti e un box (un appartamento, intestato alla figlia Antoneila, acquistato il 4 ottobre 1983; un appartamento, intestato alla figlia Maria Rosaria, acquistato il 3 giugno 1981; un box, intestato alla figlia Maria Rosaria, acquistato il 4 ottobre 1983). Inoltre, nel 1986, [Parisi] acquistò, in­testandolo alla figlia Maria Rosaria, un appartamento sito al civico 96, e nel 1987 altro appartamento sito allo stesso civico, intestandolo alla figlia Daniela. Da rilevare, pertanto, che il primo atto notarile di intestazione di proprietà di appartamenti nella via Gradoli da parte della famiglia Parisi risale a poco più di un anno dopo il sequestro Moro. E che il prefetto Parisi, all'epoca del sequestro Moro, era Questore di Grosseto e solo nel luglio 1980, dopo aver diretto il Servizio stranieri, fu nominato [dal governo Cossiga, ndr] vicedirettore del Si­sde". Confortato dal silenzio censorio con cui i media accompagneranno la pubblicazione delle gravi conferme di Masone, il senatore Cossiga farà finta di niente. Anzi, pochi mesi dopo, menzionerà "il caro Vincenzo Parisi" che nel 1991 "venne a trovarmi e mi raccontò che un pentito... aveva accusato Salvo Lima e Giulio An­dreotti di essere i mandanti dell'omicidio Mattarella... Ricordo bene di quanto Parisi, che non era una mammoletta, fosse preoccupato".

Il memoriale-fantasma [pagg. 351-52]:

Nel dicembre 2000 il senatore Cossiga ha pubblicato un nuovo libro-intervista, La passione e la politica. Una narcisistica operazione autocelebrativa lunga 420 pagine, accompagnata da uno smodato battage me­diatico. La nuova esibizione cossighiana è più rilevante per ciò che viene taciuto, piuttosto che per quanto viene raccontato - gli stessi "fantasmi del passato" aleggiano fra le pagine il meno possibile. Quello di Aldo Moro, per esempio, volteggia a pagina 108, dove Cossiga afferma: "Ricordo che quando mi fecero leggere, il giorno prima che fosse reso pubblico [ottobre 1990, ndr], il secondo memoriale con l'interrogatorio delle Bri­gate rosse, la notte ero molto turbato: Moro mi indicava infatti come se fossi plagiato da Berlinguer. Non ca­pivo bene tutto, perché a un certo momento parlava dell'irlanda e diceva che io gli avevo raccontato come gli inglesi mi volessero far vedere dei villaggi irlandesi finti dove venivano addestrati i soldati che poi erano inviati a tenere l'ordine in Irlanda. Ecco, si ricordava persino questo". Peccato che nei manoscritti morotei resi pubblici nel 1990 non ci sia scritto niente del genere. Risponden­do a una domanda sulla strategia antiguerriglia della Nato, Moro aveva parlato dell'irlanda solo in questi ter­mini: "in via eccezionale, benché neutrale, ma non è una neutralità istituzionale, l'irlanda deve avere attuato una qualche forma di collaborazione sulla base della sua esperienza di guerriglia nell'irlanda dei Nord", in nessuno degli scritti di Moro dal carcere delle Br - nè nel memoriale, nè nelle lettere - resi noti fino a oggi, c'è scritto quanto asserito da Cossiga in merito a "villaggi finti" destinati all'addestramento dei soldati inglesi poi inviati a tenere l'ordine in irlanda. Per cui i casi sono due. O si tratta di una farneticazione cossighiana, oppure è la conferma che vi sono altri scritti di Moro ("censurati" prima dalle Br e poi da organi dello Stato) dei quali Cossiga è a conoscenza. Occorre comunque considerare che l'una cosa non esclude l'altra.