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Ufficiale
di Marina militesente [pag. 321-233]:
Dal Quirinale,
Cossiga aveva dedicato molte delle sue attenzioni alle Forze armate,
ma a differenza di De Gaulle, il quale aveva percorso una lunga
e prestigiosa carriera militare, il capo dello Stato italiano era
addirittura un ufficiale militesente. Cossiga era presidente
del Consiglio quando era apparso in una foto a bordo di una nave
da guerra, con il berretto di capitano di fregata: tra i parlamentari
c'era chi si era interrogato su come avesse fatto l'ex figlioccio
di Segni a raggiungere il grado di capitano di fregata (tenente
colonnello) dato che non era stato arruolato nemmeno per svolgere
il servizio di leva. Il deputato del Pci Luciano Barca, ex ufficiale
di Marina, aveva scoperto che Cossiga, quando ancora era un semplice
deputato sardo... nel novembre 1961 era stato nominato maggiore
commissario di Marina (ministro della Difesa, Andreotti), in
base alla cosiddetta "legge Marconi" (o "legge Petacci"):
una legge varata da Benito Mussolini col pretesto di consentire
a Guglielmo Marconi di comandare la nave "Elettra" sulla
quale effettuava i propri esperimenti - in realtà la legge
era stata poi utilizzata dal Duce "per reimmettere nelle file
della Marina Marcello Petacci", parente della sua amata Claretta.
Il 6 maggio 1980 (da poco Cossiga aveva formato il suo secondo ministero),
l'on. Barca aveva presentato al ministro della Difesa una interrogazione
a risposta scritta: "Per conoscere il curriculum militare dell'onorevole
professor avvocato Francesco Cossiga". Non avendo avuto risposta
alla interrogazione (le interrogazioni a risposta scritta avevano
un termine vincolante per il governo), il 23 luglio 1980 l'on.
Barca aveva avanzato formale protesta alla presidenza della Camera.
Allora Cossiga aveva tentato di convincere Barca a ritirare l'interrogazione.
La risposta - molto burocratica ed evasiva del ministro della
Difesa, il craxiano Lelio Lagorio - era arrivata dopo altri cinque
mesi, quando Cossiga non era più presidente del Consiglio:
il figlioccio di Segni era stato "ammesso al ritardo della
presentazione alle armi per motivi di studio", poi era stato
"inviato in congedo anticipato" per motivi di famiglia.
Al parlamentare comunista Barca resterà l'amarezza di chi
come lui aveva rischiato la vita durante la guerra, ma si ritrovava
con un grado inferiore a quello vantato da chi come Cossiga non
aveva neppure fatto il servizio di leva.
Gli
"extraparlamentari" del Viminale [pagg. 82-83]:
Il ministro
Cossiga tentò di cavarsi d'impaccio chiedendo al questore
di Roma Domenico Migliorini un rapporto da rendere noto alla
stampa. Domenica 15 maggio la questura di Roma ammise: "Le
foto solo adesso rendono possibile l'identificazione: si tratta
dell'agente Santone, in borghese come altri". Nel rapporto,
la questura ammetteva di avere utilizzato "30 guardie
della Squadra mobile e dell'Ufficio politico con specifici compiti
di osservazione, vigilanza, repressione in piazza Navona e adiacenze".
Dunque, il ministero dell'interno aveva mentito, e su un fatto gravissimo
come l'impiego di agenti-provocatori "travestiti" da manifestanti
e con licenza di sparare. In pratica, il Viminale, anziché
prevenire incidenti, li aveva fomentati. L'uccisione di Giorgiana
Masi [Roma, 12 maggio 1977] provocò manifestazioni di protesta
in tutta italia: cortei di migliaia di giovani sfilarono a Roma,
Milano, Torino, Bologna, Bergamo, Brescia, Mestre, Bolzano, Firenze,
Napoli, Bari. In diverse città avvennero scontri e incidenti
fra manifestanti e forze dell'ordine. Il 14 Maggio, a Milano, un
gruppo armato di autonomi uccise il vicebrigadiere di Ps Antonino
Custrà. A Roma, il luogo dove era stata colpita Giorgiana
Masi divenne meta di pacifici sit-in, in particolare di giovani
donne che la Polizia disperse a colpi di lacrimogeni... Il ministro
dell'interno Cossiga, in una delle sue frequenti interviste, due
settimane dopo il delitto Masi affermò: "una parte delle
masse che confluiscono nel Partito comunista, e taluni settori della
classe operaia organizzata, rifluirebbero su posizioni di estrema
sinistra. Questo è il piano dei terroristi... E un piano
che, se non soggettivamente, è oggettivamente contro l'attuale
gruppo dirigente del Pci e contro la sua politica, che sono accusati
di trascurare una prospettiva di lotta violenta se non armata".
Dunque il ministro era ben consapevole di quali fossero la
trama e le finalità degli strateghi del terrorismo. Ma alla
sua puntuale analisi non segui l'applicazione delle misure concrete
proposte e sollecitate dal Pci.
Parola
di "esperto americano" [pag. 124]:
Anni
dopo il delitto Moro, l'esperto americano Steve Pieczenik dichiarerà:
"Aldo Moro poteva essere salvato se tutte le parti in
causa avessero cooperato nel tentativo di liberarlo e soprattutto
se chi gestiva le indagini avesse avuto la volontà di
farlo". Secondo Pieczenik, molte informazioni riservate, conosciute
solo dal cosiddetto "Gruppo ristretto per la gestione della
crisi", venivano riferite ad altri, e arrivavano addirittura
alle Br. "All'epoca Cossiga aveva appena sostituito i vertici
del Sisde e del Sismi", ricorderà Pieczenik. "Il
sospetto del ruolo della P2 è venuto in seguito, quando un
sedicente consigliere dell'Ambasciata argentina a Washington
mi avvicinò proponendomì di lavorare per il governo
di Buenos Aires e mi parlò nel dettaglio di fatti del caso
Moro che erano stati discussi solo nelle stanze romane di Cossiga".
E il ruolo delle Brigate rosse in questo contesto? "Le Br sono
state strumentalizzate, e hanno dimostrato grossa ingenuità".
La
strage di Ustica e il singolare comportamento di Cossiga [pagg.
154-55]:
La sentenza-ordinanza
del giudice Priore non mancherà di evidenziare la singolarità
dei comportamenti di Cossiga rispetto alla strage di Ustica: "Se
l'attività del presidente del Consiglio Cossiga è
stata pressoché nulla nel periodo immediatamente successivo
[alla strage], altrettanto non si può dire del periodo in
cui egli ha rivestito l'incarico di capo dello Stato". Intatti,
appena eletto presidente della Repubblica, nel luglio 1985, Cossiga
ingaggiò subito come suo consigliere militare il generale
dell'Aeronautica Stelio Nardini, un alto ufficiale "molto
capace e attento... che mi pilotava in questa materia", cioè
sulle vicende di Ustica, alle quali il capo dello Stato sembrava
particolarmente interessato. L'inchiesta sulla strage proseguiva
a fatica, fra mille difficoltà e depistaggi. Dalla sua posizione
privilegiata al Quirinale, il generale Nardini seguì molto
da vicino tutti gli sviluppi connessi a quella sciagura aerea.
Per esempio, ricevette copia dell'appunto redatto dal generale Mario
Arpino, il 30 settembre 1986, relativo al colloquio che questi aveva
avuto - insieme ai generali Zeno Tascio e Creste Gargioli - con
il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giuliano Amato
sulle cause della strage, dovendo il sottosegretario rispondere
ad alcune interrogazioni parlamentari. Ai primi di agosto 1986,
dopo aver ricevuto un appello del "Comitato per la verità
su Ustica" (presieduto dal senatore Francesco Paolo Bonifacio)
"affinché fosse posta fine a un silenzio intollerabile",
il capo dello Stato Cossiga inviò una lettera al presidente
del Consiglio Craxi sollecitando adeguati interventi e notando -
fra l'altro - che emergeva "un quadro fin troppo chiuso
delle oggettive difficoltà incontrate nell'inchiesta, ma
anche del malessere che la disinformazione ha alimentato non solo
nella pubblica opinione nazionale, ma anche negli ambienti comunitari".
In pratica -come rileverà il giudice Priore - nell'immediatezza
della strage il presidente del Consiglio Cossiga era rimasto del
tutto inattivo, mentre sei anni dopo, da capo dello Stato, sollecitava
al presidente del Consiglio Craxi "adeguati interventi".
Il
Senatore e il Venerabile [pag. 230]:
Cossiga
ammetterà di essersi incontrato con il capo della P2 Licio
Gelli più volte, "anche da presidente del Consiglio",
e terrà a precisare: "Galli non mi ha mai chiesto favori".
Però era vero il contrario, dato che lo stesso Cossiga dirà:
"Quando divenni presidente del Consiglio, volli conoscere Galli.
Soprattutto per l'influenza che aveva sul "Corriere della Sera"
preziosa per un presidente del Consiglio". Poi Cossiga sosterrà
di avere conosciuto Gelli solo dopo il delitto Moro, e tramite il
piduista Ilio Giasolli (democristiano, segretario particolare di
Carlo Donat Cattin). Licio Galli, nel 1991, dichiarò invece:
"Ho conosciuto Cossiga tra il 1972 e il 1973", ma il presidente
della Repubblica non obiettò niente, anzi troverà
l'occasione di definire l'ex capo della P2 uomo molto rispettoso,
molto ossequioso, molto deferente... Mi accorsi che si trattava
di un uomo informato, di un uomo furbo, di un uomo intelligente...
Una persona cortese, cortesissima". Cortesia per cortesia,
nell'archivio urugualano di Gelli, a Montevideo, c'era un biglietto
autografo di Francesco Cossiga che accompagnava un regalo indirizzato
alla figlia del Venerabile, Maria Grazia, in occasione del suo matrimonio,
celebrato nel 1980.
Il
Sisde e i fratelli Salabè [pagg. 339-42]:
Nello
scandalo dei fondi riservati del Sisde venne coinvolto anche Adolfo
Salabè, architetto sardo e amico di Cossiga. Salabè
si presentò casi agli inquirenti: "Sono l'amministratore
della Frasa, una società costituita con i miei fratelli Mario
e Andrea e che da trent'anni svolge attività per la Banca
d'Italia, i Carabinieri, la Guardia di finanza, la Polizia,
il ministero di Grazia e giustizia, il Sismi e il Sisde". Trent'anni
prima Adolfo Salabè era stato benedetto "Gentiluomo
di Sua Santità" dal pontefice Paolo VI, e aveva cominciato
la sua straordinaria carriera quando un altro sardo, Antonio
Segni, era presidente della Repubblica, e il sardo Francesco Cossiga
cominciava a occuparsi di servizi segreti. Salabè era poi
divenuto "il consulente per le opere architettoniche riservate
dei più importanti servizi segreti del mondo". Persona
molto riservata, alle personalità altolocate l'architetto
Salabè sapeva garantire la massima discrezione. Provvedeva
ad arredare gli uffici delle autorità, enell'elenco delle
forniture non c'erano soltanto vetri blindati e opere di sicurezza,
ma mobili antichi, quadri d'autore, tappeti persiani, vetri di Murano,
secondo il suo stile e gusto. Una professionalità dimostrata
da come aveva saputo trasformare la casa di famiglia a Poggio
Catino (nel reatino, a pochi chilometri da Roma) in un albergo preposto
a eventi eccellenti: summit riservati fra spioni, brevi soggiorni
per importanti coppie dandestine, ritiro e relax per ministri
e alti funzionari - il tutto garantito dalla risarvatezza di un
personale selezionato con cura e di massima affidabilità.
Per questo era noto come "covo degli 007". "Ma si,
il Paraelios, a Poggio Catino. Un bellissimo albergo... quadri antichi
alle pareti, arredi d'alto antiquariato": così
aveva definito l'hotel "riservato" di Salabè il
senatore Cossiga, portandovi nel marzo 1993 il suo conterraneo Pasquale
Chessa, vicedirettore di "Panorama", con il quale doveva
riordinare per un libro i principali discorsi del periodo presidenziale.
Il rapporto di Adolfo Salabè con il Sisde era davvero molto
intenso: lui stesso aveva calcolato di avere incassato dal
servizio segreto del Viminale 84 miliardi di lire nell'arco di un
decennio... Anche il fratello dell'architetto, l'ingagner Mario
Salabè, intratteneva particolari rapporti con i vertici
del Sisde. "Nel 1989, così mi pare di ricordare, venni
interpallato dal dottor Broccoletti, da me già conosciuto
come uno dai dirigenti del Sisde, il quale sulla base del rapporto
di assoluta fiducia che aveva con me e con i componenti della mia
famiglia mi chiese se mi potevo interessare per la costituzione
di una società "riservata" facendomi capire - pur
senza dirmelo espressamente - che si trattava di una società
di copertura del Servizio. Non ebbi difficoltà a ritenere
esatto quanto avevo intuito e mi adoperai nel senso che, dopo essermi
consultato con i miei fratelli, combinai il contatto fra il dottor
Broccoletti e il notaio De Corato, nostro amico da sempre".
Così "venne costituita una srI denominata Capture le
cui quote furono intestate fiduciariamente alla Nagrafin-fiduciaria
spa in misura del 99 per cento". Quelle società investivano
miliardi dei "fondi riservati" del Sisde in immobili.
Ma Mario Salabè, consigliere assieme al fratello Bruno della
Capture immobiliare srI (presidente era il fiduciario-consulente
del Sisde Mauro Papi, titolare dell'1 per cento del capitale), dichiarò
di non sapere altro: "Mi limitavo a firmare i verbali di riunione
del consiglio di amministrazione che mi venivano in genere
presentati già compilati". Strani ricorsi del destino:
il socio fondatore della Nagrafin spa era stato Aldo Bottai, il
quale era anche l'amministratore unico della Monte Valle Verde srI,
una società immobiliare che evocava il delitto Moro: nel
1978 era stata l'intestataria di otto appartamenti in via Gradoli
96, attigui all'appartamento-covo utilizzato dalle Brigate rosse
come quartier generale per la preparazione della strage di via Fani
e il sequestro del presidente della Dc. Nello stesso edificio di
via Gradoli 96 c'era anche un appartamento intestato alla Gradoli
srI, società immobiliare fondata dalla Fidrev, la fiduciaria
del Sisde fin dalla fondazione del Servizio del Viminale, cioè
alla vigilia e durante il sequestro di Aldo Moro.
Il
fantasma di Aldo Moro [pagg. 342-43]:
Tra la
fine di novembre e i primi di dicembre del 1993 l'ex capo dello
Stato rilasciò un'intervista alla Tv tedesca dichiarando:
"Se Aldo Moro fosse stato liberato, sarebbe scattato il piano
"Victor" e Moro sarebbe stato isolato in una clinica...
Avevamo il consiglio di un esperto del dipartimento di Stato che
aveva trattato 66 casi di sequestri di persona". L'esperto
americano politologo-psichiatra "ci disse che era molto pericoloso
per l'equilibrio del sequestrato che lo si lasciasse parlare liberamente",
in quanto probabilmente avrebbe detto "delle cose verissime
ma una volta apprese sarebbe stato pentito e questo sarebbe stato
di grave nocumento per lui". Le parole di Cossiga fecero molto
scalpore. I dirigenti democristiani dichiararono di esserne stati
tenuti all'oscuro. La famiglia di Moro parlò di "disegno
ripugnante". Ma in quella intervista Cossiga fece una seconda
importante ammissione: "Adesso lo posso dire: se non è
degenerata la situazione a Bologna, è perché sotto
la mia responsabilità noi abbiamo infiltrato l'Autonomia
di Bologna... Con funzionari, con giovani della Polizia che avevano
fatto gli studi universitari sul serio e si sono anche laureati".
La rivelazione cossighiana richiamava la vicenda del nome "Gradoli"
segnalato da Bologna - una segnalazione che era stata attribuita
al risultato di una seduta spiritica, e in merito alla quale Andreotti,
davanti alla Commissione parlamentare stragi, aveva dichiarato:
"Non ho mai creduto alla storia dello spiritismo. Per
me a dare quella notizia di Gradoli è stato qualcuno della
Autonomia operaia bolognese. Si sarebbe potuto rivelare la fonte,
ma non lo si fece probabilmente per non inguaiare qualcuno... Chiedetelo
a Cossiga". Gli ambienti dell'Autonomia erano stati profondamente
infiltratì dal Viminale cossighiano non solo a Bologna, ma
anche a Roma. E un'emittente dell'Autonomia romana - Radio Città
Futura - la mattina del 16 marzo 1978 aveva annunciato l'avvenuto
sequestro di Moro pochi minuti prima che avvenisse la strage di
via Fani. In seguito alle clamorose dichiarazioni alla Tv tedesca,
Cossiga venne ascoltato dai magistrati romani ancora alle prese
con l'inchiesta giudiziaria sul delitto Moro. L'ex capo dello Stato,
preda di un sussulto di straordinaria loquacità, parlò
per sette ore. Disse fra l'altro che Pieczenik "ipotizzava
la presenza di un basista nell'entourage di Moro. Durante la gestione
del caso Moro, esistevano canali diretti di comunicazione con la
famiglia, e cioè veniva portato a mia conoscenza ciò
che nella famiglia si diceva, si pensava e si ipotizzava. Appresi
così che nell'ambito della famiglia Moro si avanzava addirittura
il sospetto che il maresciallo Leonardi fosse il complice dei brigatisti
rossi e che fosse stato ucciso per tacitarlo e per eliminare un
testimone scomodo. Non so dire se la cosa più mi preoccupò
o mi indignò, conoscendo la assoluta fedeltà allo
Stato e alla persona dell'on. Moro del maresciallo Leonardi. Poiché
la diceria comunicatami, a mio avviso, non costituiva notizia di
reato, ritenni di poter procedere per accertamenti interni di carattere
amministrativo. Dai quali si evidenziò una ostilità
di non pochi membri della famiglia Moro nei confronti del maresciallo
ucciso, anche a motivo del fatto che il maresciallo era stato trovato
frugante nelle carte del figlio Giovanni, di cui era ben nota la
non consonanza politica col padre". Appresa questa dichiarazione
di Cossiga, Giovanni Moro la definì un cumulo di bugie".
Ma dove sono finiti i riscontri di quell'accertamento amministrativo?
Nè alla Commissione Moro, nè agli atti del procedimento
giudiziario risultano acquisiti documenti attestanti la veridicità
di quanto affermato da Cossiga. L'ex capo dello Stato dichiarò
inoltre: "Nel corso degli accertamenti che non poche risentite
meraviglie suscitavano nell'Arma dei carabinieri, si accertò
che il maresciallo Leonardi percepiva mensilmente [1la somma di]
L.80.000 dal Sid. Feci compiere accertamenti al riguardo e compresi
che si trattava di una integrazione del trattamento economico che
gli era stata assicurata per via di segnalazione probabilmente dallo
stesso comando generale dell'Arma, come ho motivo di ritenere venisse
allora largamente praticato". Infine Cossiga precisò:
"Debbo notare che l'esperto americano era molto bene informato
di ogni problema attinente Moro e la sua famiglia" - non precisò
però che Pieczenik era stato preparato e "bene informato"
dai servizi segreti americani.
Conferme
ufficiali sul covo di Stato [pagg. 347-48]:
Nel novembre
del 1999 il libro Il covo diStato pubblicherà il testo di
due rapporti, uno del capo della Polizia Fernando Masone, e l'altro
del capo del Sisde Vittorio Stelo, i quali confermavano quanto scritto
in Convergenze parallele circa la presenza, in via Gradoli
n° 96, di società immobiliari e fiduciari collegati ai
Servizi. L'appunto firmato dal capo della Polizia, datato 7 maggio
1998, precisava: "Il prefetto Vincenzo Parisi risulta aver
acquistato, con atto del 10 settembre 1979, un appartamento al civico
75 di via Gradoli e, successivamente, sempre al civico 75,
altri due appartamenti e un box (un appartamento, intestato alla
figlia Antoneila, acquistato il 4 ottobre 1983; un appartamento,
intestato alla figlia Maria Rosaria, acquistato il 3 giugno 1981;
un box, intestato alla figlia Maria Rosaria, acquistato il 4 ottobre
1983). Inoltre, nel 1986, [Parisi] acquistò, intestandolo
alla figlia Maria Rosaria, un appartamento sito al civico 96, e
nel 1987 altro appartamento sito allo stesso civico, intestandolo
alla figlia Daniela. Da rilevare, pertanto, che il primo atto notarile
di intestazione di proprietà di appartamenti nella via Gradoli
da parte della famiglia Parisi risale a poco più di un anno
dopo il sequestro Moro. E che il prefetto Parisi, all'epoca del
sequestro Moro, era Questore di Grosseto e solo nel luglio 1980,
dopo aver diretto il Servizio stranieri, fu nominato [dal governo
Cossiga, ndr] vicedirettore del Sisde". Confortato dal
silenzio censorio con cui i media accompagneranno la pubblicazione
delle gravi conferme di Masone, il senatore Cossiga farà
finta di niente. Anzi, pochi mesi dopo, menzionerà "il
caro Vincenzo Parisi" che nel 1991 "venne a trovarmi e
mi raccontò che un pentito... aveva accusato Salvo Lima e
Giulio Andreotti di essere i mandanti dell'omicidio Mattarella...
Ricordo bene di quanto Parisi, che non era una mammoletta, fosse
preoccupato".
Il
memoriale-fantasma [pagg. 351-52]:
Nel dicembre
2000 il senatore Cossiga ha pubblicato un nuovo libro-intervista,
La passione e la politica. Una narcisistica operazione autocelebrativa
lunga 420 pagine, accompagnata da uno smodato battage mediatico.
La nuova esibizione cossighiana è più rilevante per
ciò che viene taciuto, piuttosto che per quanto viene raccontato
- gli stessi "fantasmi del passato" aleggiano fra le pagine
il meno possibile. Quello di Aldo Moro, per esempio, volteggia a
pagina 108, dove Cossiga afferma: "Ricordo che quando mi fecero
leggere, il giorno prima che fosse reso pubblico [ottobre 1990,
ndr], il secondo memoriale con l'interrogatorio delle Brigate
rosse, la notte ero molto turbato: Moro mi indicava infatti come
se fossi plagiato da Berlinguer. Non capivo bene tutto, perché
a un certo momento parlava dell'irlanda e diceva che io gli avevo
raccontato come gli inglesi mi volessero far vedere dei villaggi
irlandesi finti dove venivano addestrati i soldati che poi erano
inviati a tenere l'ordine in Irlanda. Ecco, si ricordava persino
questo". Peccato che nei manoscritti morotei resi pubblici
nel 1990 non ci sia scritto niente del genere. Rispondendo
a una domanda sulla strategia antiguerriglia della Nato, Moro aveva
parlato dell'irlanda solo in questi termini: "in via eccezionale,
benché neutrale, ma non è una neutralità istituzionale,
l'irlanda deve avere attuato una qualche forma di collaborazione
sulla base della sua esperienza di guerriglia nell'irlanda dei Nord",
in nessuno degli scritti di Moro dal carcere delle Br - nè
nel memoriale, nè nelle lettere - resi noti fino a oggi,
c'è scritto quanto asserito da Cossiga in merito a "villaggi
finti" destinati all'addestramento dei soldati inglesi poi
inviati a tenere l'ordine in irlanda. Per cui i casi sono due. O
si tratta di una farneticazione cossighiana, oppure è la
conferma che vi sono altri scritti di Moro ("censurati"
prima dalle Br e poi da organi dello Stato) dei quali Cossiga è
a conoscenza. Occorre comunque considerare che l'una cosa non esclude
l'altra.
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